Il vasetto di timo.

Ci sono quelle cose che tu sai che sono perfettamente vere, ma che non puoi dire ad alta voce perché perdono di significato. Sono cose simili a segreti, o a profezie. Nakata* sapeva cosa sarebbe successo a Kafka di lì a poco, ma non aveva il coraggio di pronunciarlo. Se i pensieri restavano nella sua mente, nessuno li poteva decifrare, ma nel dirli, Kafka avrebbe ascoltato tutto e non era il caso, non era proprio il caso.

Kafka viveva su un vasetto di timo. La sua vita coincideva in gran parte con quel profumo. E non aveva difficoltà a tirare su le antenne, da quando stava lì dentro, perché era felice di trovarsi in quella condizione.

“Ci sono tanti tipi di solitudine”.

Quello di Kafka era del tipo migliore: solitudine dei neonati, delle creature innocenti, non è solitudine in effetti, ma perfezione.

Tranne per il fatto che una profezia si stava per avverare, e Nakata lo sapeva. E non lo diceva. Non poteva dirlo. Non solo per non spaventarla, dal momento che Kafka era una chiocciola molto piccola. Ma anche per non soffrire lui. Da quando era andato in pensione, e sua moglie Saeki non c’era più, Kafka gli teneva compagnia.

Non è vero che non ci si accorge delle cose molto piccole.

Sono invece molte volte proprio quelle a fare la differenza, quando si entra in una casa, la sera dopo una giornata di attività, che nel caso di Nakata non si potevano più chiamare lavoro, ma comunque impegni di varia natura, riguardanti la città o i parenti o i figli da andare a trovare. Al rientro a casa la differenza si sentiva, se c’era Kafka o meno nel vaso di timo.

Da quando c’era, Nakata si sentiva impercettibilmente meglio. Quella felicità però era in bilico. La sua ostinata (durava da sempre) iper-sensibilità lo aveva ben presto messo in guardia. Nakata era uno che non si poteva fermare mai in un qualche stato d’animo, che subito arrivavano a bussargli alla porta i presentimenti. Buoni o brutti che fossero, di certo non contribuivano al senso di permanenza che è utile alla stabilità della vita.

Cosa poteva fare ora per renderla più forte? Per affrontare il destino che l’attendeva?

Kafka stava ferma, o si muoveva di poco, imparando a nutrirsi, a stare al mondo, ignara di tutto. Nakata si domandava cosa potesse esserle utile ad affrontare la profezia. Nulla. Si era risposto.

Un giorno, si ripeteva tra sé e sé, aprirò la porta e lei non ci sarà più.

Quando Nakata aveva aperto la porta quella sera stessa, e aveva visto il vasetto di timo aveva capito che era successo. Le foglie si muovevano per il vento, e Kafka era sparita. Il bordo del vasetto dove le piaceva stare a testa in giù era vuoto. Nakata sapeva che era ancora viva. Scomparsa, ma viva e silenziosa, da qualche parte della città.

*Questo racconto è dedicato al romanzo Kafka sulla spiaggia, di Murakami Haruki (Einaudi) e in particolare al personaggio di Nakata, che conosceva la lingua dei gatti.

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