Abbracciare i conigli.

Se c’è una cosa che ricordo della mia infanzia è quando di nascosco in campagna abbracciavo i conigli.

Stavano in una gabbietta chiusi tutto il giorno, ma io avevo imparato da Franco ad aprirli. Franco era il contadino che li curava e dava loro da mangiare. Un signore di poche parole e un naso grande che portava sempre in testa un cappello di paglia, o almeno io lo ricordo così.

Avevo imparato come sgattaiolare dalla cucina mentre i miei nonni riposavano nel pomeriggio e aprire le gabbiette senza fare rumore in quella stanza fredda che chiamavano stalla. Ne aprivo una che ne conteneva due e cominciavo a bisbigliare a questi coniglietti dei saluti e complimenti. E dopo un po’ li abbracciavo. Passavano pochi secondi, forse un minuto, prima che li rimettessi nella gabbietta. Ne abbracciavo al massimo due. Loro, mi pareva, si aspettavano il mio abbraccio ma non ho mai capito se lo ricambiassero. Cosa passasse nella piccola testa di quei conigli mentre io attingevo alla loro fonte segreta e misteriosa di affetto non saprei indovinarlo. Ancora oggi però ripenso a quelle creature tranquille. Tante altre cose che mi sono successe nella vita le ho scordate mentre quei conigli e quei pomeriggi estivi non riesco a dimenticarli.

Questo raccontino è liberamente ispirato all’albo illustrato Abbracci di Jimmy Liao, edizioni Gruppo Abele

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