Il pettirosso.

C’era un vuoto, un tale deserto. L’erba coperta da uno strato di ghiaccio friabile lasciava scoperti solo pochi millimetri di verde per ogni filo e come un lenzuolo troppo corto, e leggero, restituiva un senso di freddo costante e muto, in quell’inverno privo di pietà.

Davide guardava la rastrelliera delle bici. Di design, di quelle delle Olimpiadi del 2006. Sembravano dighe, ponti di metallo, architetture inutili senza le bici, perché nessuno con quel tempo avrebbe avuto il coraggio di pedalare. Ciononostante, due innamorati camminavano mano nella mano e lui, il ragazzo, al contrario di quanto accade di solito, si abbassava ad appoggiarsi sulla spalla di lei, in un gesto che nessuno avrebbe mai potuto vedere nel silenzio del pomeriggio. Tranne Davide, che a quel punto aveva capito che tutto era possibile adesso che una qualche forma di affetto si era manifestata vicino a lui.

Poco dopo, infatti, le sue previsioni si erano fatte realtà: una piccola cosa stava per cambiare in meglio la giornata. Un pettirosso aveva cominciato a saltare sull’erba. Balzando di centimetro in centimetri sotto il porta-bici di ferro, cercava da mangiare. Davide aveva un telefonino, con il quale si era avvicinato molto piano al pettirosso tentando di non spostare neanche un granello di neve, che ormai stava diventando acqua sporca.

Questo raccontino è ispirato da Il cardellino di Donna Tartt, Rizzoli

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