Acqua ed elefanti.

Il cucciolo di elefante era vivace, giocava con una pozzanghera nel parco e pareva avesse un umore buono e mite. Da destra e da sinistra del parco, sul corso trafficato, le auto continuavano a correre veloci come le vespe nel cielo, allo stesso modo davano fastidio e facevano paura, eppure erano utili a costruire qualcosa, a spostare oggetti e persone e contribuivano in ogni caso al brusio e al movimento incessante delle mattine e dei lunghi pomeriggi. L’elefantino guardava senza troppo capire, perché le sue attività lo incantavano e la sua concentrazione era tutta nella pozzanghera e nel puro divertimento. Di colpo però un incidente stradale aveva attirato il suo sguardo. Un impatto violento e un grido lontano. Da quel momento, per il resto della sua giornata, e della sua vita, aveva smesso di rallegrarsi più di tanto del gioco e dei profumi dell’aria aperta. Le giornate nel circo gli parevano adesso tutte uguali e l’aggressività dei domatori nemmeno cattiva, soltanto stupida, disarmante.

Fino a quando un giorno era arrivato un cane nuovo. Non sapeva fare molto ma lo avrebbero addestrato bene. Non avendo i genitori, né amici, l’elefante prese a considerare il cucciolo di cane come la sua unica famiglia, a giocare insieme con l’acqua delle pozzanghere e sarebbe stato pronto a morire per lui, se solo se ne fosse presentata l’occasione.

Questo raccontino è ispirato non a un libro che ho letto ma a uno che vorrei leggere, Acqua agli elefanti di Sara Gruen, Neri Pozza.

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